Ormai da giorni è allarme lavoratori stagionali: non ci sono. Gli imprenditori del turismo, infatti, faticano a trovare personale, e a finire nel mirino delle critiche sono stati i giovani, accusati di essere svogliati, viziati. Altro responsabile della carenza dei lavoratori stagionali sarebbe il reddito di cittadinanza, strumento tacciato di essere dissuasivo nella ricerca di un posto di lavoro.

Queste tesi, però, non sono rimaste prive di smentita. All’accusa di essere sfaticati e di non avere voglia di far nulla, i ragazzi hanno risposto che probabilmente ci sono altri fattori da considerare, come la retribuzione “da fame” che viene loro proposta a fronte di orari medi di dieci ore giornaliere, oltre che l’assenza di tutele. Alcuni parlano di sfruttamento, altri addirittura di schiavizzazione.

La possibilità di stipulare contratti di lavoro stagionale è diventata sempre più centrale nella vita delle imprese le quali, attraverso le previsioni della contrattazione collettiva nonché quelle della normativa vigente, hanno ricondotto alla categoria di “stagionali” una serie di attività, limitate ad alcuni periodi dell’anno, che portano ad un incremento della produzione o della commercializzazione. Si tratta, tuttavia, di un’opportunità che da anni è oggetto di discussione. Infatti, sono numerose le testimonianze dei lavoratori che denunciano il mancato rispetto di orari e tutele nell’esecuzione di queste tipologie di contratti.

Bisogna, in ogni caso, fare i conti con la pandemia, che ha aggravato il risalente problema della disoccupazione ed ha, al tempo stesso, reso sempre più complessa la posizione dei piccoli e medi imprenditori, che fanno fatica a mantenere aperte le proprie attività.

Il dibattito, che ha acceso sia le rappresentanze sindacali dei lavoratori che quelle delle imprese, ci porta necessariamente ad una riflessione: lavorare con la garanzia di essere correttamente retribuiti e tutelati è un diritto, e limitarsi a classificare l’assenza dei lavoratori stagionali come la conseguenza della condotta di giovani sfaticati, o della presenza degli ammortizzatori sociali, è una banalizzazione che non rende giustizia alla serietà del tema.

Da questa disputa è emersa, inoltre, la necessità di introdurre politiche attive del lavoro, connesse alla formazione continua, che possano garantire la professionalità richiesta per lo svolgimento di mansioni ad elevato livello di complessità.

È poco generoso sostenere in modo generalizzato che i datori di lavoro stagionale siano degli sfruttatori, o degli schiavisti, ma lo è altrettanto sostenere che i giovani siano tutti degli svogliati e degli ingrati. Il lavoro non è solo fonte di guadagno, ma è altresì uno strumento di realizzazione dell’individuo, attraverso il quale ciascuno esplica la propria personalità. La paura della precarietà dilagante, la necessità e la voglia di progettare il futuro sono motivi sufficienti per impegnarsi a ridisegnare un quadro lavorativo ed imprenditoriale che rispetti la dignità dei lavoratori e che non soffochi le imprese.

I giovani non sono nemici del lavoro dignitoso, ma linfa vitale per un Paese che li ha ignorati per troppo tempo.

Lisa Vadini
Responsabile Lavoro e Missione Giovani PD Abruzzo